Confronta

La rivoluzione di Barolo

La rivoluzione di Barolo

Una storia di botti

Una degustazione di Barolo non è una cosa così semplice da organizzare. Innanzitutto bisogna scegliere tra circa 500 produttori che si spartiscono i 1800 ettari di terra a disposizione. Ciascuna cantina mediamente imbottiglia dai 2 ai 3 tipi di Barolo che all’assaggio sono tutti diversi: alcuni sono “cru” ovvero fatti con uve di una vigna selezionata il cui terreno e l’esposizione hanno caratteristiche particolari; altri invece sono delle miscele di uve nebbiolo provenienti da vigne diverse. Insomma scegliere il produttore che fa per sé è alquanto complicato, soprattutto per chi arriva in zona per la prima volta.

L’elemento che contribuisce a influenzare il risultato finale del vino Barolo è l’invecchiamento: bisognerebbe quindi chiedersi che legno e botte vogliamo nel bicchiere, se amiamo o no il gusto di vaniglia tipico del legno tostato e se, eventualmente, siamo pronti ad assaggiare un prodotto dal gusto per noi nuovo ed insolito.

Fino a circa trent’anni fa queste variabili non esistevano in quanto si lasciava il vino per anni in botti di rovere tanto grandi da farci stare al loro interno un uomo in piedi. Quella era la tradizione e nessuno si sognava di cambiarla. Poi una rivoluzione ha fatto scontrare due visioni contrastanti sia dal punto di vista enologico sia generazionale.

La storia di questa rivoluzione inizia negli anni ’70 quando il giovane figlio di un contadino di La Morra intuì che al vino serviva una nuova identità al fine di competere a livello internazionale con le grandi bottiglie, in gran parte francesi. Barolo non era conosciuto perché mancava il marketing e il suo gusto non incontrava le aspettative di una clientela moderna.

Questo ragazzo si chiama Elio Altare e nel 1976 con la propria Fiat 500 oltrepassò le Alpi per raggiungere la Borgogna da dove provenivano i migliori vini al mondo. Al suo arrivo Elio si sorprese di vedere il proprietario della cantina indaffarato a caricare i bagagli sulla Porsche di sua proprietà, in procinto di partire per la Costa Azzurra dove la sua barca lo attendeva. Un bello schiaffo alla povertà in cui versavano i contadini piemontesi in quegli anni.

La zona di Barolo, infatti, era alle prese con una forte emigrazione verso Torino, dove i “posti fissi” della FIAT rappresentavano un riscatto sociale rispetto alla vita fatta di stenti della campagna. Nelle cascine di Langa si coltivavano uve per rivenderle ad alcune grandi cantine della zona, di proprietà di poche famiglie benestanti, ma i profitti erano appena sufficienti per sbarcare il lunario. Farsi il vino a casa era un’esigenza portata  avanti di generazione in generazione per soddisfare il fabbisogno della propria famiglia ma nessun contadino avrebbe mai pensato di fare il vino per venderlo. Le poche botti presenti nelle cantine ammuffite delle cascine erano state regalate dai bisnonni e trattate come reliquie, perché il loro costo era proibitivo, ma erano ormai troppo sporche e vecchie per rilasciare qualcosa di buono al vino.

Le difficoltà per arrivare a nuovi risultati positivi sono state innumerevoli. Elio insieme ad altri ragazzi, chiamati “i Barolo Boys”, nel corso degli anni ’80 hanno lavorato insieme per migliorare la qualità del vino. Si incontravano per degustazioni alla cieca, assaggiando il vino altrui e spiegando quali cambiamenti erano stati apportati. Il loro obiettivo era di avere il miglior vino nel minor tempo possibile, da bere subito e non dover aspettare 25 anni come per il Barolo di tradizione.

La rivoluzione consistette in due fondamentali innovazioni, una in vigna e l’altra in cantina. La potatura delle viti era ora focalizzata sul ridurre la quantità di grappoli al fine di stressare meno la pianta; se ne concentravano così gli sforzi, facendo confluire gli apporti nutrizionali in un numero inferiore di frutti ma dalla qualità superiore. In aggiunta alla potatura invernale si introdusse una sfrondatura in Agosto, poche settimane prima della vendemmia, tagliando alcuni grappoli di per sé già grandi e quasi maturi.

Chiara Boschis, l’unica presenza femminile di questo gruppo, fu colta dal padre mentre tagliava grappoli nella vigna e costretta ad affrontare una lite furibonda. Elio Altare invece, in un gesto d’ira contro un padre chiuso verso le nuove idee del figlio, segò le vecchie botti della cantina di famiglia. Il padre lo diseredò e morì pochi anni dopo credendo che il figlio fosse impazzito.

Capiamo dunque che la rivoluzione di Barolo è innanzitutto uno scontro generazionale. “Facciamo il vino da settant’anni e tu ora vuoi insegnare a noi come si fa?” era il commento più comune che i Barolo Boys ricevevano.

L’altra grande innovazione fu introdotta con l’acquisto delle “barriques“: piccole botti francesi (225 litri) di rovere in grado di trasmettere nuovi profumi sia per la tostatura a cui il legno è sottoposto, sia per le ridotte dimensioni che obbligano il vino ad un maggior contatto con le pareti della botte stessa.

I Barolo Boys nei primi anni ’90 incontrarono un importatore italo americano che organizzò un tour negli Stati Uniti trasformando per sempre la reputazione dei vini piemontesi. I produttori divennero delle celebrità e il vino apprezzato da tutti.

Oggi, a circa trent’anni di distanza le ostilità tra generazioni sembrano essere cessate ed è difficile dire chi vinse. Entrambi i Barolo coesistono, il tradizionale e il moderno, ma molte cantine usano entrambi i tipi di botte alternandole sapientemente.

Il vero vincitore è stato il territorio: il turismo in particolare è sbocciato in tutta la zona collinare, il prezzo della terra ha raggiunto vette impensabili alcuni decenni fa, le vecchie cascine sono state tutte ristrutturate e la zona è più bella che mai.

La lezione imparata è che il vino rimane una questione personale. Certamente esistono vini più o meno buoni ma l’apprezzamento che possiamo avere cambia sia da persona a persona sia con l’avanzare dell’età, con l’evoluzione del nostro palato, con la nostra destrezza a percepire aromi e profumi. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food disse: “…alcuni vini che ho amato anni fa oggi probabilmente non mi piacerebbero più. È il fattore umano.

Vi invitiamo a guardare il documentario “Barolo Boys – storia di una rivoluzione” disponibile anche su Amazon, ITunes, Google Play, Reelhouse e Netflix. Dura circa un’ora e ha vinto vari premi tra cui il Vancouver Italian Film Festival ed il Wine Country Film Festival in California.

Scritto da Marco Scaglione

 

Correlati

Villa con Pilates in Piemonte

Meet Piemonte gestisce la prestigiosa villa di lusso situata nelle vicinanze di Canelli, in...

Continua a leggere

La cupola ellissoidale di Vicoforte

Tante sono le cupole che abbelliscono con le loro eleganti linee curve i profili di città e paesi...

Continua a leggere

Il Palio di Asti

Nel 2018 il Palio di Asti si correra' domenica 2 settembre, ovvero la prima domenica del mese,...

Continua a leggere

Unisciti alla discussione